L’America di Trump: Conferenza dell’economista Alan Friedman a Con-vivere 2017

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Che cosa è successo all’America? Che fine ha fatto il sogno americano? E qual è il vero significato dell’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca? Sono queste le domande a cui l’economista Alan Friedman ha cercato di dare una risposta.

Nella sua Conferenza tenutasi domenica 10 settembre presso la Camera di Commercio di Carrara, in occasione della Kermesse Con-vivere 2017, il noto economista e giornalista americano Alan Friedman ha messo “a nudo e crudo” quali siano le condizioni attuali e quali i sentimenti reali del popolo americano dopo l’elezione di Donald Trump.

Dietro l’immagine del Paese più influente del mondo si intravede una nazione lacerata, impaurita e rabbiosa. È vero, gli Stati Uniti sono ancora una superpotenza mondiale, ma le tensioni interne sono sintomo di sofferenza e profonda divisione. E cosa cambierà con l’elezione del neo Presidente Donald Trump?“. 

L’economia americana, la decisione di Trump di far uscire l’America dagli accordi di Parigi sul clima, lo scandalo Russiagate, Trump e le donne e la crisi italiana vista da Friedman sono i principali temi ed argomenti che l’economista e giornalista americano ha cercato di affrontare con assoluta concretezza e crudezza.

Inoltre, ha avuto l’occasione di presentare il suo nuovissimo Best seller “Questa non l’America”, NUMERO 1 IN CLASSIFICA IN ITALIA in cui sono contenute le rivelazioni shock, le storie inedite e i retroscena che svelano i segreti del paese di Trump.

Conferenza di Alan Friedman: “L’America dopo Trump”

Alan Friedman, in occasione della dodicesima edizione di Con-vivere 2017 avente ad oggetto il tema delle Reti, ha tenuto una Conferenza presso la Camera di Commercio di Carrara in cui ha avuto l’occasione dinanzi al pubblico di raccontare com’è l’America oggi, dopo l’elezione del neo Presidente Donald Trump.

Questa non è l’America!”, ha più volte sottolineato Friedman che ha avuto l’occasione di riflettere in modo “crudo” la situazione dell’America dopo l’elezione di Trump: in primo piano, la politica e l’economia statunitense, la terribile disuguaglianza dei redditi che affligge gli Stati Uniti, la povertà estrema di alcune zone rurali come il Mississippi, gli eccessi di Wall Street e l’incontro con Donald Trump a bordo del suo Trump Force One, Friedman ha messo in evidenza un’America, come non l’abbiamo mai vista prima.

Più volte Friedman ha ripetuto “Questa non è la mia America!” e “Trump non è il mio Presidente!”.

Tanti i temi affrontati da Friedman: dalla decisione del neo Presidente di uscire dagli accordi di Parigi sul clima al dissenso interno agli stessi Stati Uniti.

La maggior parte delle grandi corporation, Exxon compresa, che ha investito notevolmente nelle “rinnovabili”, sono contrarie all’uscita dall’accordo di Parigi. E 17 Stati, California e New York in testa, hanno già annunciato che continueranno il loro impegno senza curarsi di quanto deciderà il Presidente.

Gli Stati Uniti cominceranno a negoziare un nuovo accordo sul clima. Vogliamo un accordo che sia giusto. Se ci riusciremo benissimo, altrimenti pazienza”, aveva già annunciato Trump, “gli Usa non onoreranno più le parti non vincolanti dell’accordo di Parigi a partire da oggi”.

L’accordo negoziato da Obama impone target non realistici per gli Stati Uniti nella riduzione delle emissioni, lasciando invece a paesi quali la Cina un lasciapassare per anni”: è quanto si legge nel documento riportato da alcuni media americani e distribuito in Congresso dalla Casa Bianca per spiegare la decisione del presidente Donald Trump di ritirarsi dall’accordo sul clima di Parigi.

Una decisione coerente con quanto promesso in campagna elettorale: il ritorno dei posti di lavoro nell’industria del carbone, persi per colpa della “bufala cinese” dei cambiamenti climatici.

Lo stesso Friedman ha ricordato come l’accordo negoziato da Obama sia frutto della Conferenza di Parigi del 2015 e sia una soluzione “urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta” dinanzi al problema globale dei cambiamenti climatici.

Dall’addio all’Obamacare, che vale 900 miliardi, ai tagli delle tasse (15-20%), fino alle misure per Wall Street: le promesse di Donald Trump “sono finite nel congelatore dello scandalo Russiagate? Ecco perché la borsa si è fermata!”.

Il famoso “Trump rally” a Wall Street e in altre borse del mondo – iniziato dopo l’elezione di Trump ha continuato per diversi mesi nella speranza di deregolamentazioni, tagli delle tasse e investimenti nelle infrastrutture – e si è trasformato in una “Trump paura”.

Sui mercati finanziari, la parola d’ordine è stata “paura” e non “speranza” perché il ragionamento degli investitori, particolarmente quelli più emotivi, si può riassumere in questa domanda: “Se lo scandalo di Russiagate rischia di portare avanti un crescente numero di richieste di impeachment, e non solo tra i democratici, Trump sarà in grado di portare a compimento le politiche economiche che aveva promesso, a cominciare dai tagli delle tasse?”.

Qual è la verità secondo Friedman? “Non ho la sfera di cristallo ma posso offrire la mia previsione in termini semplici: ci sarà qualche taglio delle tasse, qualche deregolamentazione. Ma probabilmente qualsiasi via libera dal Congresso arriverà più tardi di quanto i mercati si aspettavano, cioè nel 2018 e non quest’anno. E, quando arriveranno, queste misure saranno diluite, meno forti e incisive del previsto. In altre parole: meno tagli alle tasse e deregulation, meno spese per l’infrastruttura, e uno slittamento della loro attuazione.

Questo non vuol dire che i repubblicani al Senato (con il leader Mitch McConnell) e alla Camera (con Paul Ryan) non cercheranno, insieme alla Casa Bianca, di spingere per una riduzione del prelievo fiscale.

Questo è il contesto e oramai Trump non può più contare sulla lealtà di diversi repubblicani. Molti di questi, al Senato, non accetteranno sgravi fiscali suscettibili di far aumentare troppo il deficit e il debito, e diversi senatori pretenderanno un piano deficit-neutral: a ogni taglio delle imposte deve corrispondere un equivalente calo della spesa pubblica.

Il taglio più importante per Trump sarebbe l’abolizione dell’Obamacare, che farebbe “risparmiare” quasi 900 miliardi nell’arco di 10 anni, sufficienti a giustificare tagli massicci alle imposte.

Ma il Senato non sembra disposto ad approvare un’abolizione completa della riforma, e di conseguenza nemmeno i massicci sgravi fiscali. In parole povere: diversi repubblicani al Senato non condividono l’approccio della Camera, che taglierebbe quasi 900 miliardi di dollari dalla sanità lasciando 20 milioni di americani in più senza copertura sanitaria.

E ci vorranno diversi mesi prima che i repubblicani al Senato riescano a mettersi d’accordo su una loro proposta di riforma sanitaria.

Mentre alcuni repubblicani stanno mostrando una certa apertura nei confronti di tagli alle tasse, anche se innalzerebbero il deficit, va ricordato che una legge richiede che la politica fiscale sia neutrale sotto il profilo del disavanzo e quindi qualsiasi sforbiciata potrebbe essere temporanea. Inoltre, i repubblicani potrebbero dover ridurre sostanzialmente l’ammontare dei tagli delle tasse”.

Secondo un’analisi del piano fiscale di Trump da parte del Center for a Responsible Federal Budget, questo incrementerebbe il deficit americano di almeno 3,500 miliardi, forse di più.

Se si aggiungessero 2mila miliardi di dollari al deficit come risultato dei tagli alle imposte e altri programmi di stimolo, ad esempio gli investimenti nelle infrastrutture, questo metterebbe gli Stati Uniti in marcia verso un rapporto debito/Pil del 202% in trent’anni.

Con la crisi in cui è sprofondata la presidenza degli Stati Uniti a causa dello scandalo Russiagate, le prospettive per le iniziative economiche non sono scomparse; tuttavia, saranno meno importanti del previsto e slitteranno nel tempo.

Per la Casa Bianca sarebbe una strategia intelligente cambiare argomento e spingere immediatamente per i tagli delle tasse. Ma in coerenza e strategia, finora, la Casa Bianca non si è mostrata molto capace”.

Ammazziamo il Gattopardo: la “ricetta” per fare ripartire l’Italia

Sulla crisi dell’Italia Friedman da esperto economista non ritiene che la situazione sia migliorata, occorrono riforme davvero strutturali, un cambiamento epocale e sembra che la ripresa sia “ancora lontana”, sebbene l’ottimismo della classe politica italiana.

Già nel 2014 Alan Friedman aveva affrontato la questione della crisi economica italiana con la pubblicazione del libro “Ammazziamo il gattopardo“. Perché l’Italia è precipitata nella crisi peggiore degli ultimi trent’anni? La colpa è della Germania, dell’austerity imposta dall’Europa, della moneta unica? O della mediocrità della classe dirigente? Esiste una via d’uscita, una ricetta per rifare il Paese?

Per rispondere a queste domande, Alan Friedman è partito da quegli anni Ottanta in cui l’Italia era la “quinta potenza economica del mondo” e pareva avviata verso una vera modernizzazione per arrivare fino alle drammatiche vicende degli ultimi anni. Attraverso conversazioni con i protagonisti dell’economia e della politica, da cinque ex presidenti del Consiglio (Giuliano Amato, Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Massimo D’Alema, Mario Monti) a Matteo Renzi, l’uomo nuovo che avrebbe potuto segnare una discontinuità e portare a un cambiamento radicale, Friedman ha messo in evidenza come “il tempo delle mezze misure sia finito ed occorra una ricetta di riforme di vasta portata per:

  • abbattere il debito pubblico
  • creare nuovi posti di lavoro
  • tutelare le fasce più deboli
  • tagliare le pensioni d’oro (e i troppi regali dello Stato)
  • promuovere l’occupazione femminile
  • ridisegnare la pubblica amministrazione (premiare il merito, punire l’incompetenza)
  • tagliare gli sprechi della sanità e delle Regioni
  • istituire una patrimoniale leggera ma equa
  • liberalizzare i servizi nell’interesse del consumatore
  • varare una nuova politica industriale di investimenti mirati.

Si tratta di una sorta di Piano Marshall per puntare all’obiettivo fondamentale: una crescita duratura, l’unica soluzione che possa evitare rischi alla coesione sociale e fronteggiare la piaga della disoccupazione giovanile.

Per evitare la rovina o il declino inarrestabile, l’Italia ha davanti a sé una sola strada: sconfiggere quella conservazione che da decenni – o forse da un secolo e mezzo – è disposta a cambiare tutto perché nulla cambi. Per cambiare sul serio, dobbiamo cambiare testa, dobbiamo ammazzare il Gattopardo“.

Alan Friedman: Short Bio

È stato una delle più autorevoli firme del Financial Times dal 1979 al 1993. In seguito è stato Global Economy correspondent dell’International Herald Tribune, e ha anche scritto per il New York Times dal 1994 al 2003. Global Economy columnist del The Wall Street Journal Europe dal 2003 al 2005.

Vincitore per ben quattro volte del British Press Award (equivalente inglese del Premio Pulitzer), è l’unico giornalista americano ad avere ricevuto la Medaglia d’onore dal Parlamento italiano nel 1997. Fra i suoi scoop il caso Iraqgate, lo scandalo che travolse la Banca Nazionale del Lavoro (BNL) e dimostrò il coinvolgimento di Casa Bianca e CIA nella vendita di armi a Saddam Hussein.

In questi ultimi dieci anni è stato produttore di programmi televisivi su economia e politica, consulente di capi di governo in Asia e Medio Oriente, oltre che di organizzazioni internazionali come l’ONU per la strategia di comunicazione e di politica economica.

Opinionista e commentatore dell’economia fra i più stimati in Europa, ideatore e conduttore televisivo molto popolare in Italia, dove ha collaborato a lungo con Rai3, Rai2, Sky TG24 e La7. Fra i suoi libri: Il Bivio. L’Italia a metà strada tra crisi e transizione (Milano 1996); Ammazziamo il Gattopardo (Milano 2014); My Way. Berlusconi si racconta a Friedman (Milano 2015); Questa non è l’America (Roma 2017).

 

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