Calcio e Finanza: stipendi, debiti, plusvalenze e diritti TV

Il mondo del pallone è sempre più intrecciato con quello dei soldi. Come se la passa il nostro calcio in termini finanziari? Ecco i dati più interessanti fra stipendi, debiti dei club e diritti tv

calcio finanza soldi pallone

Il calcio italiano sta attraversando una delle sue fasi più difficili sotto l’aspetto economico-finanziario: dal punto di vista gestionale ma anche in ottica di risultati non sembra esserci margine di miglioramento rispetto ai livelli raggiunti dalla Premier League nell’ultimo decennio.

L’ennesima mancata qualificazione dell’Italia, la seconda consecutiva, ai prossimi Mondiali invernali in Qatar in programma dal 21 Novembre al 18 Dicembre 2022, è solo lo specchio che riflette le enormi difficoltà che il calcio italiano vive ormai da almeno 10 anni.

Una situazione che ogni anno rischia sempre di più di degenerare e che richiede un’attenta analisi di valutazione per individuare i motivi che hanno portato il calcio italiano, il più importante ed appetibile a livello mondiale, a raggiungere pressoché i livelli dei campionati storicamente considerati minori.


Le difficoltà finanziarie dei club di calcio

difficoltà finanziarie

L’allarme parte certamente proprio dai Presidenti dei club di calcio, un tempo di proprietà delle più importanti famiglie italiane interessate prevalentemente ai risultati, anche a discapito delle perdite economiche, ed oggi invece sotto la guida di investitori che puntano solo ed esclusivamente a far quadrare i conti e far fruttare i propri investimenti.

Ne è un esempio la gestione Moratti, che per 21 anni ha guidato l’Inter ottenendo 16 trofei, ma versando capitali per 1,2 miliardi di euro, anche per coprire i debiti societari.

Le recenti normative che interessano il mondo del calcio limitano di fatto le proprietà dei club al rispetto delle scadenze per evitare sanzioni pecuniarie e sportive, sempre più stringenti, ma che non risolvono in alcun modo i problemi che affliggono lo sport più seguito in tutta Italia.

La recente pandemia da Covid-19 è stata per il Calcio italiano uno specchio dal quale intravedere la dura realtà, mostrando il record di perdite che pesano per 1,4 miliardi di euro e costi che superano del 130% i fatturati.

Dati emergenziali dai quali parte l’urlo disperato dei club di calcio, costretti a subire la chiusura al pubblico degli stadi per contenere il virus, dopo aver sostenuto spese per 4,3 miliardi di euro nel solo anno 2020-2021.

Dopo aver investito 2 miliardi di euro per il calciomercato, la conseguenza è il passivo generato in un solo anno di ben 250 milioni di euro; risultati finanziari insostenibili che puntano il dito sull’intero sistema calcio che, anche in fase pre-pandemica, non se la passava di certo bene.

Basta osservare la seguente tabella che mostra la situazione finanziaria deficitaria dei maggiori club di Serie A e che riporta i dati dei bilanci dell’ultimo triennio per avere contezza della difficile situazione economica del calcio italiano.

SquadreBilancio al 30.06.2021Bilancio al 30.06.2020Bilancio al 30.06.2019
Juventus-389.218.723 €-385.139.126 €-463.474.167 €
Inter-297.307.186 €-244.431.684 €-257.844.295 €
Roma-271.263.000 €-289.757.000 €-220.627.000 €
Milan-101.630.000 €-103.892.000 €-83.016.000 €
Lazio-24.039.971 €-49.216.252 €-54.904.778 €

I mancati guadagni derivanti dalla chiusura degli stadi sono stati calcolati in 300 milioni di euro, cifra che prima della pandemia consentiva ai club di sostenere le spese per il mantenimento dei club, degli stipendi milionari e del versamento periodico dei contributi IRPEF e INPS.

Calcio e finanza: gli stipendi milionari dei calciatori

calcio e finanza stipendi

Il monte ingaggi pesa nelle casse dei club italiani per 1,4 miliardi di euro, al terzo posto della classifica europea, di poco dietro alla Bundesliga tedesca, che sostiene stipendi da 1,42 miliardi di euro, e la sempre più ricca Premier League inglese, che trova la forza economica per affrontare stipendi per un totale di 2,86 miliardi di euro.

Non si tratta chiaramente solo di stipendi, ma anche di versamenti IRPEF e contributi INPS. Per la contribuzione previdenziale sono stati versati per l’anno 2021:

  • ben 711,1 milioni di euro per le ritenute IRPEF;
  • 249,9 milioni di euro per l’IVA;
  • 211 milioni di euro per le scommesse sul calcio;
  • 141,7 milioni di euro per l’INPS;
  • 67,2 milioni di euro per l’IRAP;
  • 17,8 milioni di euro per l’IRES.

Un totale di 1,39 miliardi di euro che le società non riescono più a sostenere, facendo ripetutamente leva sul Governo per ottenere aiuti economici che non sono mai arrivati. Il motivo è semplicemente imputabile agli stipendi milionari versati nelle tasche dei calciatori che non giustificherebbero mai l’intervento dello Stato per sostenere simili spese.

Basta dare un’occhiata alla tabella seguente che mostra i 10 calciatori più pagati per rendersene conto.

NomeSquadraStipendio netto
Matthijs de LigtJuventus8,0 ml
Paulo DybalaJuventus7,3 ml
Zlatan IbrahimovicMilan7,0 ml
Alexis SanchezInter7,0 ml
Adrien RabiotJuventus7,0 ml
Wojciech SzczesnyJuventus6,5 ml
Leonardo BonucciJuventus6,5 ml
Arturo VidalInter6,5 ml
Kalidou KoulibalyNapoli6,0 ml
Alex SandroJuventus6,0 ml

Presidenti ed Amministratori Delegati, per rispettare gli impegni presi, non possono fare altro che tentare di intraprendere la strada della proroga delle scadenza, grazie alla quale possono salvarsi da sanzioni e penalizzazioni che comprometterebbero in alcuni casi anche l’intera stagione sportiva.

Una deroga fortunatamente concessa dalla Federcalcio per posticipare il termine ultimo per effettuare i pagamenti degli stipendi e la disponibilità dei calciatori ad accettare i ritardi delle mensilità, garantendo prestazioni sportive di alto livello.

Non sono mancati casi in cui molti calciatori erano indietro di diverse mensilità: ne è un esempio l’Inter campione d’Italia 2021, i cui giocatori non percepivano stipendi da diversi mesi, accettando di fatto le esigenze finanziarie richieste dalla società e garantendo prestazioni che hanno portato i nerazzurri a vincere il titolo.


I debiti delle società di calcio

calcio e finanza debiti

I debiti delle società di calcio portano ad una corsa contro il tempo per non subire sanzioni, penalizzazioni ed in alcuni casi anche il blocco delle operazioni di mercato per un determinato arco temporale.

Punizioni imposte ai club che non rispettano i pagamenti e i versamenti entro e non oltre le scadenze previste dagli organi federali.

Rischi che portano i club a trovare continuamente soluzioni disperate per garantire il rispetto delle normative vigenti; una su tutte, l’anticipazione del paracadute finanziario in caso di retrocessione.

Sì, perché le 3 società che retrocedono ottengono un riconoscimento economico in base alla permanenza che sono riusciti a maturare in Serie A, ma dovendo far fronte alle scadenze, alcune società puntano all’ottenimento di tali somme prima della fine della stagione nella massima serie.

Entrando nel dettaglio, si tratta di beneficiare di 25 milioni di euro per i club retrocessi che hanno partecipato ad almeno 3 stagioni consecutive in Serie A, 15 milioni di euro per i club che hanno preso parte alla massima serie per 2 stagioni consecutive e 10 milioni di euro riconosciuti per le società di calcio neopromosse che sono retrocesse.

Ma com’è possibile ottenere il premio retrocessione prima della fine del campionato e senza avere la certezza di chi effettivamente retrocederà nella serie cadetta?

Ad attingere dell’anticipazione del premio retrocessione, grazie alla disponibilità di alcuni istituti finanziari, sono soprattutto società di medio-bassa classifica che non intravedono neppure un così alto rischio di finire tra le ultime 3 squadre, eppure hanno la necessità finanziaria determinata dai debiti accumulati di far fronte alle spese ancor prima che il campionato sia terminato.

Qualora il club di calcio dovesse salvarsi e rimanere nella massima serie anche l’anno seguente, sconterebbe successivamente l’anticipo ottenuto grazie agli incassi dei diritti TV.

Una situazione debitoria che spinge oggi più che mai gli amministratori a gestire i club con molta creatività finanziaria; strategie che diventano sempre più diffuse dopo le perdite registrate durante la pandemia e la conseguente chiusura degli stadi.

Anche dopo le graduali riaperture degli impianti sportivi, gli incassi non sono infatti stati quelli sperati, non solo per il numero molto ridotto di spettatori secondo le normative vigenti imposte dal Governo, ma anche per la paura dei contagi che non consentiva agli spettatori di ritornare piano piano alla normalità.

I numeri parlano chiaro e, nonostante le riaperture graduali degli Stadi erano già avviate, i biglietti invenduti per le partite allo Stadio hanno di gran lunga superato il milione, procurando un ulteriore mancato guadagno di 76 milioni di euro nelle casse dei club.

L’elenco seguente mostra la classifica dei debiti delle società di Serie A al termine della scorsa stagione 2021.

  1. Inter: 698,1 milioni di euro;
  2. Juventus: 611 milioni di euro;
  3. Roma: 523,4 milioni di euro;
  4. Lazio: 204,4 milioni di euro;
  5. Milan: 157,1 milioni di euro;
  6. Genoa: 152,8 milioni di euro.

Il quadro generale appare molto più grave di quanto si pensi e una mancata programmazione futura che possa permettere di intravedere uno spiraglio di luce tarda ad arrivare, con la costante preoccupazione di Presidenti di club e Amministratori chiamati a salvare da soli (e in perenne disaccordo) il mondo del calcio italiano, non potendo far leva sulle istituzioni federali in crisi ormai da diversi anni.


Il Fair play finanziario

calcio e finanza fair play finanziario

Il Fair play finanziario, nato con l’obiettivo di regolamentare la gestione finanziaria dei club europei, nel corso degli anni ha palesato alcuni limiti che, oggi, stanno portando ad attuare delle modifiche sostanziali necessarie a rendere più equo il rispetto delle normative, le loro applicazioni e, soprattutto, i conseguenti controlli.

La regolamentazione impone il rispetto del bilanciamento finanziario tra costi e ricavi che ogni società che partecipa alle competizioni europee deve possedere; un requisito essenziale senza il quale i rischi conseguenziali compromettono anche la partecipazione stessa alla competizione.

Le regole del Fair play finanziario hanno comportato, per alcuni club, anche pesanti limitazioni che riguardano l’abbattimento del monte ingaggi, la riduzione della rosa fino anche alla mancata partecipazione alle competizioni europee.

I limiti del Fair play finanziario riguardano prevalentemente alcuni modi per bypassarlo; basti considerare la possibilità di coprire eventuali debiti societari con l’intervento del proprietario stesso o di una parte correlata al club.

In questo modo, le più importanti società di calcio, in particolar modo quelle possedute dai magnati del petrolio come Manchester City e Paris Saint Germain, hanno potuto affrontare grandi investimenti economici: Neymar per 222 milioni, Mbappè per 180 milioni e Grealish per 118 milioni, solo per citarne alcuni.

Ecco che viene meno così il principio stesso del Fair play finanziario, dal momento in cui il più ricco spende di più, in barba al bilanciamento dei costi e dei ricavi tanto osannato.

Inoltre, gli ultimi 2 anni inficiati dal Covid prevedono una sorta di manica larga dell’UEFA sui conti in rosso, giustificando le chiusure degli stadi, i mancati introiti dalla vendita dei biglietti e consentendo di fatto alle società di spendere senza badare troppo ai bilanci.

Proprio per questi limiti, il Fair play finanziario è in fase di modifica, con l’obiettivo di renderlo più funzionale ed accontentare quanti lamentano disparità di trattamento, mettendo in discussione l’efficacia stessa della regolamentazione.

Con le modifiche sulla Champions League, che prevedono la partecipazione di 36 club a partire dal 2024-2025, potrebbero essere implementate regole che rendano più equo e sostenibile l’intero sistema, con il parere favorevole di tutti i soggetti interessati: leghe, ECA e UEFA.


UEFA Vs Superlega

uefa superlega florentino perez

L’accentramento di potere dell’UEFA da una parte e le necessità finanziarie di molti top club europei hanno portato alla nascita della cosiddetta Superlega, una competizione da tempo nei cassetti dei più importanti Presidenti delle società di calcio europee.

Il progetto segue quanto accaduto per l’NBA e prevede inizialmente un torneo a 20 squadre al quale si partecipa per invito, soluzione definita antisportiva e che ha portato di fatto all’aborto immediato del progetto stesso.

12 dei più importanti club vi partecipavano: Milan, Inter, Juventus per l’Italia, Tottenham, Arsenal, Chelsea, Manchester City, Liverpool e Manchester United per il Regno Unito, Barcellona, Real Madrid e Atletico Madrid per la Spagna.

Un progetto che nasce dalla mente di Florentino Perez, Presidente del Real Madrid, e di Andrea Agnelli, Presidente della Juventus, capaci di trascinare quasi tutti i più importanti top club europei in una competizione che possa togliere il poter dalle mani dell’UEFA e gestire interamente l’appetibile fetta dei diritti TV.

I 12 top club, dopo aver ottenuto il sostegno finanziario di JP Morgan, prevedono di incassare annualmente ben 3,5 miliardi di euro dai diritti televisivi, rendendo più sostenibile l’intero sistema calcio europeo ed offrendo un contributo di solidarietà a tutto il mondo del calcio.

Solo poche ore dopo l’annuncio, lo sport e la politica europea sono intervenuti a sostegno dell’UEFA contro la neonata Superlega, rea di essere un sistema oligarchico capace solo di minacciare i valori stessi dello sport ed impedire ai club minori di sognare gli obiettivi continentali.

Una pressione massiccia che ha causato il ritiro coatto di quasi tutti i club partecipanti, ad esclusione di Real Madrid, Juventus e Barcellona, tutt’oggi compatte contro l’UEFA del Presidente Ceferin in una battaglia a colpi di sentenze giuridiche che si preannuncia estenuante.

«Mi chiedo se la Champions non lo sia già, una Superlega. Avete visto il solco che si sta scavando, in termini di introiti, tra le squadre che vi accedono e quelle che restano fuori? Non mi sembrano maturi i tempi per creare un’ulteriore dinamica di upgrade. Non facciamo gli ipocriti, è normale che un azionista ci provi per dare una sistemata a bilanci disastrati». 

Le parole di Malagò, Presidente del CONI, che guarda in faccia la realtà e non nasconde le esigenze delle società di calcio, pronte ad aggrapparsi a tutto pur di rimanere a galla.


Calcio e finanza: il caso plusvalenze

plusvalenze calcio

A destare scalpore per i non addetti ai lavori è stato negli ultimi mesi il caso plusvalenze, un incremento di valore determinato sui cartellini sportivi dei calciatori che potrebbe aver portato, secondo le indagini della Procura, a falsificare i bilanci di alcune società di calcio italiane.

L’accusa si muove sul filo del rasoio, dato che le plusvalenze sono in atto da sempre, soprattutto da parte dei piccoli club che hanno come mission la valorizzazione economica e sportiva dei loro giocatori.

Inoltre, le plusvalenze non sono mai state effettivamente regolamentate, motivo per cui è obiettivamente difficile stabilire dei parametri sul valore di mercato di ogni singolo giocatore di calcio.

Che una società possa utilizzare la strategia delle plusvalenze per dare più equilibrio al proprio bilancio annuale è pressoché un dato di fatto; basti considerare i numeri che, solo in Italia, sono passati dai 376 milioni di plusvalenze del 2016 fino ai 693 milioni del 2017.

Una crescita raddoppiata nell’arco di un solo anno potrebbe confermare la tesi dell’accusa, tuttavia la Procura punta il dito contro un principio che trova solide basi sulla libera contrattazione fra le parti per stabilire il valore di mercato di un calciatore e registrare un’eventuale plusvalenza.

Il nodo dei diritti TV

diritti tv calcio

Uno dei nodi più importanti del sistema calcio è rappresentato dalla questione di diritti televisivi, il maggior introito per le società di calcio.

Complice la recente pandemia, gli introiti dei diritti televisivi sono diminuiti di circa 100 milioni di euro e la Serie A si mostra molto distante dai risultati ottenuti in Premier League.

Mentre gli inglesi ottengono il doppio degli introiti televisivi rispetto alla Serie A, sulla spartizione estera moltiplicano per ben 10 volte l’ammontare dei diritti TV rispetto al calcio italiano.

Numeri che riflettono l’assoluto abisso tra la Premier League e la Serie A in termini di valore di mercato, competitività ed interesse, come mostra la seguente tabella che riporta le cifre dei diritti TV 2021-2022 incassati dai principali club italiani.

ClubDiritti TV incassati
Inter72,5 ml
Juventus70,6 ml
Milan66,6 ml
Napoli 59,1 ml
Roma57,5 ml
Lazio52,9 ml
Atalanta45,6 ml
Fiorentina44,7 ml

Uno dei motivi è certamente legato alle infrastrutture fatiscenti che collocano i nostri stadi tra i peggiori a livello continentale.

Gli investimenti sostenibili delle società di calcio italiane mancano all’appello rispetto ai competitors inglesi, fatta eccezione degli investimenti effettuati a Torino dalla Juventus, creando un enorme polo sportivo che spazia dallo stadio di proprietà al J-Center, dal J-Museum al J-Hotel, dal J-Medical allo Juventus College.

Una realtà che tenta sempre di più di pareggiare il gap con i top club della Premier League che non combattono con le ostilità burocratiche italiane: basti considerare gli intoppi che impediscono la realizzazione del nuovo stadio per Inter e Milan.

Questi deficit influiscono particolarmente sull’importanza del campionato italiano, sempre meno appetibile ed economicamente bistrattato. Eppure i diritti televisivi sono la maggiore fonte di guadagno delle società di calcio di Serie A, necessari per sostenere la gestione finanziaria dei club.

Il gap con la Premier diventa ancora più evidente se consideriamo come termine di paragone la distribuzione dei diritti televisivi delle singole società di calcio, dove l’ultima classificata della Premier ottiene più della prima classificata della Serie A.

L’ultima regolamentazione dello Stato, intervenuto in materia con la legge Melandri, sancisce la distribuzione dei diritti televisivi in base agli ascolti certificati da Auditel.

Una certificazione che DAZN, titolare dei diritti televisivi del campionato di calcio di Serie A, ha ritenuto opportuno affidare a Nielsen, azione che ha portato l’Agcom ad aprire un’inchiesta.

Agcom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, ha appurato come DAZN incrementi i dati d’ascolto del 60% rispetto a quelli che sono effettivamente i numeri reali, con ripercussioni su chi investe negli spazi pubblicitari.

Una situazione che rischia di far crollare l’intero sistema calcio che vede nei diritti televisivi e nella pubblicità la più importante fonte di guadagno, vitale per mantenere in vita l’intero settore.

Per far fronte a queste difficoltà, la Lega di Serie A sta tentando di accaparrarsi e gestire internamente i diritti televisivi, allo scopo di massimizzare i guadagni ed evitare di subire delle perdite che potrebbero compromettere irrimediabilmente il mondo del calcio italiano.

Calcio e Finanza: salvare il futuro

calcio e finanza futuro

Il futuro del calcio italiano rischia di essere sempre più nebuloso e degli interventi mirati a risolvere i problemi che lo attanagliano sembrano essere sempre più necessari.

Il primo grave problema riguarda le infrastrutture che, oltre a ledere l’immagine del calcio italiano, rischiano di crollare su sé stesse.

A tal proposito, una mano d’aiuto viene proprio dalla Russia, Paese candidato con l’Italia ad ospitare i campionati europei del 2032; il conflitto russo-ucraino determina l’esclusione della Russia tra le candidate, aumentando di fatto le probabilità che l’Italia si aggiudichi il massimo torneo continentale per nazioni.

Se l’Italia dovesse vincere la candidatura ed ospitare gli Euro 2032, avrebbe l’opportunità storica di riqualificare gli impianti sportivi, investire nelle infrastrutture e presentarsi finalmente a quella data con il “vestito nuovo”; un’ottima base di partenza da cui far rinascere il sistema calcio nazionale.

Sul lato finanziario è innegabile lo strapotere che i più importanti procuratori hanno ottenuto nel mondo del calcio, intascando spese di commissioni che vanno ben oltre l’etica ed il buon senso.

Proprio su questo fronte esiste una regola che prevede il tetto massimo del 3% sulle commissioni per i procuratori, derivanti dalla compravendita dei calciatori.

Un tetto che tuttavia non prevede sanzioni ed è pressoché facilmente raggirabile; per tale motivo la UEFA intende intervenire con l’applicazione della tassa di lusso, sia per mettere un freno alle spese folli sui calciatori, sia per limitare i costi di intermediazione dei procuratori.

Una rivoluzione che tarda ad arrivare, ma che sembra sempre più necessaria soprattutto per il calcio italiano, passato da top a flop nell’arco di un solo decennio.

Calcio e Finanza: domande frequenti

Quale club di calcio ha più debiti in Italia?

L’Inter è la società di calcio che registra più debiti in Italia, con 698,1 milioni di euro; segue la Juventus con 611 milioni di euro e la Roma con 523,4 milioni di euro di debiti.

Cosa vuol dire nel calcio plusvalenza?

La plusvalenza di mercato nel calcio è l’incremento di valore di un calciatore, determinato dalla differenza tra il valore al momento del tesseramento ed il valore ottenuto dalla vendita del suo cartellino.

Chi ha lo stipendio più alto in serie A?

Calcolando lo stipendio netto ed escludendo gli sgravi del decreto crescita, il difensore juventino Matthijs de Ligt ha lo stipendio più alto tra i calciatori che militano in club italiani con 8 milioni di euro l’anno.

Luca Conti

Esperto di mercati finanziari e trader indipendente

Esperto di mercati finanziari e trader indipendente. Collabora con Finanza Digitale curando i contenuti dedicati al trading.

Lascia un commento