L’identità del creatore di Bitcoin ha un nome e un cognome, almeno secondo il New York Times. In un’inchiesta pubblicata l’8 aprile 2026, il giornalista Premio Pulitzer John Carreyrou afferma che dietro lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto si celerebbe Adam Back, crittografo britannico di 55 anni e attuale CEO di Blockstream.
Nonostante la ricostruzione dettagliata basata su analisi linguistiche e cronologiche, Back ha respinto fermamente ogni accusa, definendo il legame come infondato e ribadendo il suo ruolo di semplice pioniere della crittografia.
L’indagine di John Carreyrou
Il reportage, intitolato “My Quest to Solve Bitcoin’s Great Mystery”, è il risultato di anni di ricerche condotte da Carreyrou, già noto per aver svelato il caso Theranos (startup biomedica che si rivelò una enorme truffa).
Il giornalista ha incrociato dati tecnici e schemi comportamentali per sostenere che Back non sia solo un ispiratore del protocollo, ma l’autore stesso del codice originale.
Secondo l’inchiesta, le prove a sostegno di questa tesi si dividono in quattro pilastri.
Analisi linguistica (AI)
Collaborando con esperti di intelligenza artificiale, Carreyrou ha analizzato i messaggi della mailing list “Cypherpunks”. Back è risultato l’unico, tra otto sospettati, a condividere le idiosincrasie di Satoshi: l’uso del doppio spazio dopo il punto, l’alternanza tra “e-mail” ed “email” e l’impiego costante della grafia britannica (come “optimise” invece di “optimize”).
Il legame con Hashcash
Il sistema proof-of-work su cui si regge Bitcoin è basato su Hashcash, invenzione di Adam Back citata esplicitamente nel white paper del 2008. Per Carreyrou, il coinvolgimento di Back andrebbe ben oltre la semplice citazione bibliografica.

Il “vuoto” temporale
L’indagine del NYT solleva poi un’anomalia cronologica. Back, estremamente attivo nel dibattito sulla moneta digitale per oltre dieci anni, sarebbe diventato improvvisamente silenzioso proprio nel periodo di attività di Satoshi (2008-2010), per poi tornare a parlare pubblicamente di Bitcoin solo nel 2011, dopo il ritiro ufficiale del fondatore.
Competenze tecniche
Secondo il giornalista, sia Back che Nakamoto possedevano una conoscenza magistrale del linguaggio C++ e una preparazione a livello di dottorato sui sistemi informatici distribuiti.
La risposta di Back
La risposta di Adam Back non si è fatta attendere, attraverso un post X, il crittografo ha negato categoricamente:
“Non sono Satoshi, ma sono stato tra i primi a concentrarmi sulle implicazioni sociali positive della crittografia, della privacy online e della moneta elettronica”.
i'm not satoshi, but I was early in laser focus on the positive societal implications of cryptography, online privacy and electronic cash, hence my ~1992 onwards active interest in applied research on ecash, privacy tech on cypherpunks list which led to hashcash and other ideas.
— Adam Back (@adam3us) April 8, 2026
La pubblicazione dell’articolo ha sollevato un polverone nella comunità finanziaria e tecnologica. Molti esperti hanno accusato il New York Times di doxing, ovvero la diffusione di dati privati con l’intento di colpire un cittadino.
Identificare Back come Satoshi significa, di fatto, indicarlo come il possessore di circa 1,1 milioni di Bitcoin, un tesoro che ai prezzi correnti del 2026 supera i 100 miliardi di dollari, esponendolo a rischi di sicurezza personali senza precedenti.
Mistero irrisolto
Nonostante la profondità dell’indagine di Carreyrou, il mondo della finanza digitale resta scettico. L’inchiesta viene definita come basata esclusivamente su prove indiziarie.
Nel mondo crittografico, esiste una sola prova regina per chiudere il caso: lo spostamento dei Bitcoin originali contenuti nel cosiddetto “Genesis block” o la firma di un messaggio tramite la chiave privata PGP di Satoshi Nakamoto.
Senza queste conferme tecniche, l’identità del padre delle criptovalute rimane, per ora, un affascinante enigma irrisolto.
